



Nulla in Occidente è più taciuto e rimosso della morte. La Tecnica, che in questa porzione di mondo attecchì e fece qualche promessa, non ne ha mantenuto nessuna. Ovunque è il terrore della Grande Mietitrice. Neppure il Cristianesimo e l’osannata Scienza hanno reso accettabile l’idea che la vita, prima o poi, possa finire. Cosicché, al solo nominare la morte, non si contano scongiuri e solenni gesti scaramantici.
Pare che soltanto Socrate e pochi altri (uno è Pascal, ci dice sua sorella), sapendo di morire, continuassero a parlare, a discutere, a impartire insegnamenti ai loro discepoli come nulla fosse. […]
Se poi la causa della morte è il suicidio, il problema diventa imponente e inespugnabile come una ziqqurat mesopotamica. Lo scandalo che il “levar la mano su di sé” produce è attestato con sgomento anche dalla filosofia. È conosciuto, ormai, l’incipit de Il mito di Sisifo di Camus ma lo trascrivo volentieri: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo». Come dire che le ciance intorno ai problemucci quotidiani, alla vile politica, alle meschine beghe familiari, non sono che chiacchiere da barbiere.
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