La cortesia del disprezzo

L’improntitudine con cui, ne L’uomo di mondo, Albert Caraco impone le sue leggi da galant homme ricorda quella di un acido e intransigente moralista, come un de La Bruyère senza perruques à grandes boucles, per intenderci.

Lo sferruzzare compiaciuto con cui, in quelle pagine morbose, dispensa dettagli sulla virtù, il ritegno, il pudore e la prudenza, in realtà è il suo modo cortese ed elegante di esprimere disgusto per gli uomini e per la mediocrità nella quale insozzano la loro esistenza.

La rituale ripetitività di gesti cortesi, conforme a schemi e regole prestabiliti, attira su di sé la grazia che soltanto l’uomo di mondo — quello che egli immaginava di essere — può esibire. Senza queste convenienze, senza questa grammatica di gesti e meccanica dell’apparire, tutto va in malora, il mondo si disfa, trionfa il caos.

Meglio la protervia e l’ipocrisia, allora. Meglio la maschera, il sorriso composto, la buona educazione e la raffinata eleganza.

Del resto, questo homme de lettres sapeva che l’uomo non è redimibile: questa miserabile macchinetta che crede in Dio e si strugge tra tormenti e autocompiacimento può soltanto essere rimodellata o riprogrammata. Gli uomini, insomma, non hanno grandi speranze, «[…] meglio sacrificarli tutti a vantaggio delle convenienze», giacché la morte — afferma costui — «[…] è invece la misura della cortesia».

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