



I nosocomi sono i luoghi in cui si sperimenta il malessere del tempo, la sua umiliante manifestazione; sono i penetrali dell’attesa, i templi in cui si officia il mistero di una vita vacua, a parte, congelata nella raccapricciante liturgia della ripetitività.
Dove tu vedi soltanto sedie, brande e letti di convalescenza, il malato scorge l’ammasso pullulante delle ipostasi di Crono, proprio a quel modo in cui Leibniz, ipotizzando ciechi aggregati di monadi, dava il conio al migliore dei mondi possibili e non – per dire – a una stalla, a un campo di mais, al pettine di una chercheuse de poux.
La morte che coglie un uomo in ospedale è perfettamente in linea con l’istanza temporale che là regna. Non vi è disaccordo con ciò che si percepisce come corpo esanime e inerte, e l’eternità di tempo che ora, con la morte, egli su di sé accoglie.
Sono bazzecole, quisquilie gli atti che in quei luoghi si compiono. La verità è che tutto là vuole essere tempo, sabbia che scorre da un’ampolla all’altra. Ogni cosa si lascia blandire dal rasserenante ticchettio delle lancette, dal soporifero oscillare del pendolo o da quel mellifluo vizio che è la pazienza.
La conta dei secondi modella cose, quella dei minuti dà forma a oggetti. Epifanie di mondi nuovi prendono vita da un momento all’altro. Essi riempiono, formaliter, anche gli spazi più angusti, gli interstizi laidi tra un mobile e l’altro, le intercapedini buie dei muri.
E così, poco a poco, si subisce quel fascino ammaliante dell’inesorabile metamorfosi che fa di ogni uomo un mansueto animale, un’animuccia delicata, una suppellettile, insomma. Un rifiuto organico (arti amputati, budella asportate, grumi purulenti aspirati da chi sa quali ascessi) che le strutture ospedaliere e la medicina, con buona creanza, chiamano da sempre il perfetto paziente.