



Se di «stato» o di «nazione» si ha più o meno un’idea — spesso vaga e bislacca —, di una società si può dire tutto e niente. Una banda di canaglie o un cenacolo di sapienti sono la stessa cosa se li si identifica con una società. Infatti che una società come quelle nelle quali viviamo contempli di tutto, dal notabile al ruffiano, dal rentier al clochard, dovrebbe immediatamente insinuare in noi preoccupanti sospetti. […]
Far parte di una società, esserne una delle sue cellule, può generare una certa insofferenza o addirittura un sentimento di indignazione. Ma ciò accade soltanto in quegli uomini il cui pensiero è guidato dal lume della ragione o da un certo esprit de finesse. Negli altri, invece, — una consistente maggioranza — vivere a un metro dal rumoroso vicino, respirare l’alito del collega d’ufficio, stare gomito a gomito con il viaggiatore che siede accanto nella metro, sono la caparra versata per una quiete squalificata e mediocre, il prezzo minimo da pagare per non essere lasciati da soli con sé stessi. […]
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