Metafisica del fallimento e del disonore

Lo spettro agghiacciante della defaillance sessuale, della mancata erezione (erectio deficiens), della cilecca o di come diavolo la si chiami per schermirsi o dissimularne l’offesa, è l’irruzione dello spirituale nel corporeo. È la res cogitans che ha la meglio sulla sua controparte extensa. È il manifestarsi repentino di ideali e pensieri metafisici che si impongono alle bassezze e alla sozzura del coito.

All’improvviso il corpo svanisce, diventa metafora, cosa ingombrante e spugnosa. A tal proposito, Tommy Dukes, un personaggio di L’amante di Lady Chatterley, attribuisce alla sua vita mentale troppo intensa il fatto che il suo pene “penzola e non alza mai la testa”. Ma è Lady Bennerley, un’altra che nello stesso romanzo Lawrence mette tra i piedi all’irrequieta Connie, che ha le idee chiare e non si strugge in ipotesi fantasiose. Ella sa bene che il corpo delude e che prima lo si dimentica meglio è. “[…] se la civiltà serve a qualcosa,” dice questa grande dame in un frettoloso dialogo da salotto, “deve aiutarci a dimenticare i nostri corpi, e allora il tempo passerà felicemente senza che ce ne accorgiamo”. Connie la prende in parola e immagina di fluttuare nell’aria, leggera “come il fumo delle sigarette”.

Ma qui si diceva della metafisica, del maestoso irrompere di questo nulla, di questa speciosa illusione che inaspettatamente disarciona la virilità rendendo l’uomo un fantoccio e il suo membro cavernoso un’inutile appendice dalla schifosa consistenza di un mollusco. Di questa metafisica Schopenhauer fa sfoggio nelle Ergänzungen, i Supplementi che costituiscono il secondo volume di Il mondo come volontà e rappresentazione. Ma la riconduce alla riproduzione sessuale e alla solita volontà di vivere narrando, purtroppo, tutt’altra storia. Nei Supplementi, insomma, quella che lui chiama “metafisica dell’amore sessuale” si incarna perlopiù nel cosiddetto frutto del concepimento, ossia nel piccolo corpo di colui attraverso il quale gli amanti si assicurano futilmente il propagarsi della specie. Poi, a suo modo, si eclissa in considerazioni ripetitive e talvolta superflue.

Così, dicevamo, quando l’onta della defaillance giunge, il corpo è già assente e ormai lontano. Il gelo che in quel momento cala sugli amanti raffredda i bollori erotici che la libido poco prima impazientemente evocava. Mostri d’ogni specie riempiono la stanza. Un cenotafio è il giaciglio su cui i loro corpi ora giacciono immobili e pesanti. L’attrazione che in principio aveva alimentato i loro vagheggiamenti amorosi e si era poi risolta nella copula da bruti, è diventata poco meno di niente e adesso quasi repelle. Il desiderio ha il sembiante di un estraneo inopportuno e molesto.

I sogni della coppia si sfaldano, cadono rovinosamente sotto il peso insostenibile della colpa che ognuno dei due cerca prima in sé, poi nell’altro. Tuttavia le cause del fallimento restano ignote a entrambi. Forse lo stress, magari una giornata difficile e tediosa, probabilmente il peso degli anni, chissà. Cosicché la si mena in congetture oppure, come cattivi attori, nella recita, nell’interpretazione goffa di quella parte che dovrebbe dissimulare lo scorno e il disonore.

Sconcerta che non vi sia traccia di tutto ciò nella genuina rivelazione dello Spirito che Hegel manifestò nella sua nota fenomenologia. Lascia attoniti e perplessi l’assenza di amanti delusi e di membri flosci nella sua opera capitale. Stranamente, in essa lo Spirito si rivela e prende vita senza percorrere la strada dell’amarezza o dell’insoddisfazione sessuale. Ma poi ci sovviene che a Jena, dove concepì la Fenomenologia dello Spirito, il virgulto della filosofia idealista aveva trentasette anni, un pieno vigore fisico e una vita attiva di copulae carnalis.

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