Bestiario della misoginia

Età, condizioni di salute, armonia dello scheletro, denti sani, pienezza delle carni… Schopenhauer parla della donna come un allevatore del Montana alla fiera del bestiame. Dopotutto la sua Metafisica dell’amore sessuale tratta soltanto di bassi istinti e di riproduzione, mica d’altro.

Nella fregola del sesso, nella brama del desiderio concupiscente, nell’ímerοs, insomma, non c’è asilo per le sdolcinate giaculatorie dell’amore o per raffinate romanticherie. Tuttavia per questo vecchio piantagrane la donna rimarrà sempre un animale troppo prevedibile e scontato, come uno di quelli a cui la paragona nei Parerga e paralipomena (cap. 27, § 366): il leone, l’elefante, il cinghiale, il toro e perfino la seppia.

Non so se dipenda dall’aver avuto come madre una salonniére con ambizioni letterarie (Paul Ritter von Feuerbach, padre del futuro filosofo Ludwig, la chiamava consigliera e la definiva senz’appello una coquette), ma pure il fatto che il filosofo non nascose mai la sua urticante misoginia non chiude la discussione.

Non sfugge che la Metafisica dell’amore sessuale fu confezionata mettendo insieme appunti raccolti durante le sue peregrinazioni italiane e l’Italia, per questo antipatico francofortese, significò soprattutto corteggiamenti e folli notti d’amore. È lui stesso a confessare all’arcievangelista Frauenstädt che nel Bel Paese «non aveva goduto solo il bello, ma anche le belle».

Perciò, a un tratto costui sembra riconoscere alla donna una certa superiorità d’istinto e d’intelligenza, acume, astuzia e prontezza di riflessi. Ma poi la sua natura si ribella e mette l’ultimo chiodo alla bara. Nella donna, dice ravvedendosi e con superiore disprezzo «[…] una prevalente energia mentale, o addirittura il genio, potrebbero agire sfavorevolmente, come un’abnormità».

2 Commenti

  1. “Ella aveva un tale pudore che arrossiva quando non la si coglieva in peccato”. Karl Kraus, Detti e contraddetti, Bompiani p. 82

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