Dell’amore e di altre bestialità

Più di ogni altro sentimento l’amore si offre alla spettacolarizzazione, alla messinscena, al teatro, insomma. Nell’amore Baudelaire vi vide addirittura del satanico, del bestiale, come in Le diable amoureux (1772) di Cazotte il giovane capitano Alvaro, guardando il viso pallido e incantevole della sua dolcissima Biondetta, ravvisa une tête de chameau, un’enorme e orribile testa di cammello.  

In amore, dunque, si recita quasi sempre un ruolo en travesti. Si fa colpo sull’altro soprattutto quando si è meno sé stessi, quando, cioè, si indossa una maschera. Anche quei ridicoli nomignoli, quegli “appellativi bestiali” (così li chiama ancora Baudelaire in uno dei suoi fulminanti fusées), che gli amanti si danno facendosi reciprocamente le fusa non sono che diabolici travestimenti, abiti di scena che s’indossano per soddisfare il mellifluo piacere dell’altro. Sono piccoli espedienti drammaturgici che dopotutto fanno quello che devono fare, ossia portare a termine una provvisoria trasformazione, come quando, per un’ora o due, un attore recita questa o quella parte in una commedia.

“Micina, gattina, pulcino, scimmietta…”, da questo elementare campionario zoologico sostenuto da piccoli capricci di voluttà comincia dunque il demoniaco travestimento degli amanti, il loro complice apprendistato da attori. Le sfrenate capriole dell’accoppiamento che talvolta seguono queste blandizie verbali sono soltanto quel di più d’animale che già si preannunciava a parole. Cosicché la ferinità che prima si evocava, dopo, con l’intima dazione, si palesa e recita fino in fondo la sua parte. E non sempre, purtroppo, vi è l’applauso del pubblico.

Tuttavia è quando l’amplesso si è consumato, quando cioè il fuoco della passione si è estinto e la distanza tra i corpi degli amanti è ritornata a essere quella della più desolante estraneità, che l’animale soccombe e le vesti dell’attore scoprono con disincanto l’uomo inutile che le indossava. È qui che l’umano perde il fascino e si consuma. È qui, nella rituale abiezione domestica del marito o della moglie devoti alla casa, al lavoro, al mantenimento dei figli, alla tenuta compatta della famiglia che il demoniaco perde i suoi sulfurei vapori.

Ma dopotutto, eccettuato lo spettro del diabolico, anche nella famiglia si interpretano ruoli con frustrante cipiglio e spesso con esasperata funesta teatralità.

2 Commenti

  1. E non è però poca cosa, che sia uno sforzo d’attori un po’ scapaci, in scena per un flop a repliche interrotte. Sempre forma d’arte è…

    • “Sempre forma d’arte è…”

      Assolutamente d’accordo. Però, come hai ben detto, sempre a rischio di flop e, se mi è consentito, anche un po’ scadente.

      Un abbraccio affettuoso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *