Dal Panopticon | Scritture

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In spiaggia #8

Per non soccombere alla melanconia, alle ossessioni, agli incubi peggiori e all’assalto dei fantasmi, decido di abbandonare il giaciglio di sabbia che da troppo tempo mi ospita e di impegnare i miei pochi muscoli non ancora refrattari al movimento in una solitaria camminata sul bagnasciuga.

Voglio lasciarmi stordire dalle boccate di fumo del mio sigaro, voglio perdermi in pensieri inani, in vacue contemplazioni naturalistiche e fare di tutto perché la risacca marina cancelli rapidamente lo stampo profondo delle mie impronte che la battigia umida malvolentieri accoglie.

Là incrocio altri vagabondi, altri improvvisati avventurieri, esuli d’accatto che come me raffreddano le caviglie con la fragile spuma delle onde. E ripenso a Minucio Felice che sulla riva del mare di Ostia faceva da arbitro alle dispute teologiche di chi, con lui, traeva ristoro dalla salsedine e dalla temperatura mite della stagione. Anche così, mi dico, si difendeva il Cristianesimo dagli attacchi dei pagani.

Io, invece, cos’altro ho da difendere se non me da me stesso; le aspirazioni dalle mie vigliaccherie?

Ma mentre immagino la Geenna della mia esistenza, una bronzea Atena, mortificando il mio passo malfermo e lento, mi supera con agilità e noncuranza. Ammiro il preciso perimetro delle sue spalle, gli spigoli ossuti delle scapole, la precisione “a piombo” della sua colonna vertebrale che asseconda il ritmico rimbalzo delle gemelle Simplegadi delle natiche.

Ora tutto è vano, penso. Misero è lo sforzo delle mie membra flaccide, inutile l’esposizione alla canicola, disgustoso lo stordimento del fumo, presuntuoso il tentativo di dare nobiltà al pensiero con ricordi di uno studio fecondo e disciplinato.

Ora tutto è perduto, e temo di nuovo la melanconia, le ossessioni, gli incubi peggiori e l’assalto dei fantasmi.

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