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La bolla delle meraviglie. Ideologia e mitologia della scuola all’epoca del virus – L’articolo su Pangea

CONTRO LA SCUOLA-MAMMA, BUONA&GIUSTA PER DECRETO DI STATO. OVVERO: IDEOLOGIA E MITOLOGIA DELLA SCUOLA ALL’EPOCA DEL VIRUS

Dopo il lungo periodo di chiusura imposto dall’emergenza sanitaria di tipo virale, anche alle scuole è stato consentito di riprendere le attività. L’evento, come mai era successo prima, è stato accompagnato da un infantile entusiasmo ed è stato celebrato come una rinascita, un retour à la vie che soltanto qualche mese prima era da molti considerato impensabile. Un girotondo felice di politici, dichiarazioni fatte con trasporto, sospiri di sollievo per attese finite sono stati il corollario di questo ritorno in classe preannunciato da tempo e voluto con determinazione. Eppure il sospetto che la fierezza di una tale decisione mascheri o sia nient’altro che l’apparato simbolico di quella narrazione ideologica che la scuola non smette di raccontarsi e di propagandare all’infinito, prende in me il sopravvento.

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In copertina: una classe di bambini alle prese, nel 1935, con i gargarismi per prevenire l’influenza (la fotografia è tratta da qui)

6 commenti su “La bolla delle meraviglie. Ideologia e mitologia della scuola all’epoca del virus – L’articolo su Pangea”

  1. Non sottoscriverei tutto, ma la lucidità di analisi e lo stile della riflessione sono unici, magnifici e riconoscibili.
    Io preferisco distinguere tra ‘ideologia’, cui attribuisco il senso francofortese, quindi anche politico, e ‘idealità’, parola vicino al significato attribuito nell’articolo. Ciò mi risparmia la fatica di rifondare una terminologia, o di cambiare costellazione di riferimento. Questa precisazione però non esclude che io condivido in questo punto lo svolgimento e la logica della tesi dell’Autore. Dove non concordo è sulla sola frase dedicata all’attuale virulenza del virus. Ma su questo è effettivamente non discettare troppo, dacché è tema già logoro e molto controverso

    1. Carissimo Girolamo,
      il termine ideologia è qui inteso secondo l’accezione marxista (quindi non molto distante dalle posizioni della Scuola di Francoforte) che sostiene il pensiero del filosofo francese Louis Althusser (la definizione di scuola quale apparato ideologico di Stato è sua).

      Sul termine idealità che tu proponi, invece, ho qualche perplessità per il rimando e la parentela troppo stretti con l’ideale e l’idealismo, una concezione alquanto astratta e spirituale della realtà che non credo leghi (o riesca a spiegare) bene quello che nel mio articolo intendevo esporre.

      Ma mi rendo conto che ci vorrebbero ben altre occasioni di confronto per spiegarci, intenderci e trovare una convergenza sull’argomento.

      Mi fa piacere, invece, che l’affondo “polemico” dell’articolo ti si piaciuto e ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato.

      Un saluto
      Vincenzo

      1. Sul termine “ideologia” non concordo.
        L’accezione che io riferisco alla scuola di Francoforte “è” politica. E, al contrario di quanto io ho forse erroneamente inteso nel tuo articolo, non ha niente a che fare con la verità. Adorno gli dedica molte pagine, ad esempio in “Terminologia filosofica”: “nel momento in cui vi consegnate al pensiero ideologico o al bisogno ideologico siete già in contraddizione con l’oggetto più profondo di questo bisogno; vi trovate già in contraddizione con il concetto della verità”. Per quanto riguarda il termine “idealità” io lo uso come acutamente percepisci, in una accezione vicina al mondo dello spirito, ma non dello spirito in senso idealistico, ma dello spirito in senso cartesiano, cioè di idealità quale estensione del reale. Quindi, meno in conflitto con la verità. Ma forse ho interpretato male, e tu non intendi affatto occuparti di vicinanza tra idea/qualcosa e verità.

        1. Ma certo, il termine ideologia ha un legame stretto con l’accezione che gli dai tu (e come potrebbe essere altrimenti!) e che gli conferiscono i francofortesi. Sono stato io, che nell’articolo ho voluto allontanarlo da quell’uso politico per evitare, preventivamente, qualsiasi strumentalizzazione o discorso sull’attuale politica italiana. Discorso che, per il momento, non voglio che pesi sul ragionamento (se così posso chiamarlo) là sviluppato. Quindi, su questo punto le nostre posizioni sono molto vicine e convergenti, anzi, direi unisone.

          Altra cosa, invece, è il discorso sulla verità.
          Nell’articolo ho scritto:

          “l’ideologia non deve necessariamente essere portatrice di verità ma avere dalla sua – come si è già detto – un registro del simbolico efficace e potente.”

          Dunque, l’ideologia “NON deve” affatto (e infatti non lo fa) farsi garante di un registro discorsivo di verità, non è quello il suo compito, non è quella la sua missione. Con altre parole potrei dire che non gliene frega niente della verità. Quali elementi di verità hanno le religioni? Eppure non vi è dubbio che tutto il loro apparato simbolico abbia un forte, enorme impatto… ideologico. Insomma, siamo nei pressi di quello che Sartre chiamava “un nulla che ha effetti reali”.

          L’uso che invece fa Adorno della parola ideologia (almeno nel brano che riporti nella tua risposta) è quello sinonimico. Egli, infatti, la usa al posto di Weltanschauung, cioè di punto di vista, di opinione, di doxa che contrappone, per nulla politicamente, alla verità della filosofia pura, speculativa, critica di un Kant, per esempio.
          Adorno ammonisce coloro che si accingono a fare filosofia avendo già un proprio punto di vista (con proprie credenze, direi io), punto di vista che invece – avverte lui – bisogna lasciare fuori, tenere lontano.

          Anche sul termine idealità, vedo che in parte ci siamo intesi. Sì, è vero quello che mi “rinfacci”, ossia il disinteresse, il mio non volermi occupare di “vicinanza tra idea/qualcosa e verità”. Ed è vero perché ho difficoltà a spingermi oltre, a dare credito di verità a istanze ideal-spirituali sebbene ne riconosca l’importanza e l’utilità soprattutto storico-culturali. Non dimenticare che per estendere quella realtà di cui tu parli, per trovare un accordo, una continuità logico-sensoriale tra le due res, la cogitans e la extensa, Cartesio dovette inventarsi (sì, inventarsi!) un terzo occhio, quello pineale, al centro del cranio.

          A me non va di inventare niente, caro Girolamo. Mi basta accettare l’agghiacciante ipotesi che, nascosto dalla realtà, ci sia il Reale. Quello di Lacan.

          Un affettuoso abbraccio

          1. … ma il sottile non è – a parer mio – campo dell’invenzione. Solo dell’indimostrabile secondo realtà. Ammesso che quest’ultima non sia a sua volta una costruzione, ‘switchata’ dai nostri desiderata. Un’opzione quantica. Le due cose, realtà e sottile, in realtà (voglio il gioco ripetitivo) sono una sola. Qui, il riferimento va al pensiero mistico tradizionale, sincreticamente condiviso da quasi tutte le religioni (che per me sono una metodologia dello Spirituale, sul quale tu puoi forse convenire a patto di eliminare la maiuscola).

          2. E invece paradossalmente è proprio tenendo la maiuscola al Reale (lacanianamente inteso) che riesco a intenderti meglio e ad avvicinarmi alle tue posizioni. Anzi, dirò di più. Una volta ho anche osato dire che il Reale ha delle istanze che si avvicinano al Sacro (i suoi effetti, la sua fenomenologia, per esempio).
            Per ciò che invece concerne il “sottile”, beh, è una tua personale prerogativa, un tuo marchio, una tua naturale e artistica connotazione, su cui ho già abbondantemente argomentato. E scritto.

            Un affettuoso saluto, caro Girolamo

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